
Il XX secolo è stato segnato dall’ipotesi di Barker che ha dato un contributo significativo negli studi sullo sviluppo delle malattie croniche dell’adulto. L’epoca della gravidanza🤰 e l’apporto di nutrienti in tale periodo sono di centrale importanza vista la stretta relazione che si instaura tra madre e feto, essenziale per la programmazione del fenotipo. Sulla base del Modello Predittivo Adattativo è stato dimostrato che tanto più il feto non è in grado di adattarsi all’ambiente postnatale tanto maggiore sarà il suo rischio di sviluppare malattie cardiovascolari, ma non solo. L’ipotesi di Baker, infatti, ha posto le basi per lo sviluppo di teorie che hanno dimostrato un legame tra il peso alla nascita e il rischio di sviluppare durante l’età adulta ipertensione, malattie renali, diabete e obesità, tutte patologie accorpate recentemente nella sindrome metabolica. Successivamente sono stati dimostrati legami anche con lo sviluppo di patologie polmonari, scarse difese immunitarie e malattie mentali. Pertanto l’alimentazione e lo stile di vita della madre durante la gravidanza assumono un ruolo centrale in quanto in grado di alterare lo sviluppo del feto sia da un punto di vista metabolico che non, determinando conseguenze in grado di manifestarsi anche nel lungo termine, quando il bambino sarà ormai adulto.
In caso di scarsa alimentazione durante la gravidanza secondo Barker, il feto tende a deviare i nutrienti privilegiando il cervello, l’organo più importante, e risparmiando su altri organi come il cuore. In questo modo ha inizio un “debito” che permane nel tempo e si manifesterà durante l’età adulta con un cuore indebolito, predisponendo il soggetto allo sviluppo di malattie cardiovascolari. In studi successivi, Barker confermò che il tasso di mortalità per patologia cardiovascolare in età adulta era tanto maggiore quanto più basso era il peso alla nascita. Viceversa, il tasso di mortalità scendeva progressivamente, con l’aumentare del peso corporeo, della circonferenza cranica e dell’indice ponderale (peso/altezza) . Questa relazione fu confermata anche per il diabete tipo 2 e l’insulino- resistenza. In altre parole, il feto programma la struttura, il funzionamento dei suoi organi e il suo metabolismo in relazione alle informazioni ambientali che riceve; se l’apporto di nutrienti è scarso costruirà una “macchina” che consuma poco, un “fenotipo risparmiatore”, come risposta del feto ad una necessità immediata. Se dopo la nascita l’apporto di nutrienti diventa abbondante, si creerà una sorta di “mismatch” tra l’ambiente in cui il feto si è sviluppato e quello che ha incontrato successivamente. Pertanto l’organismo inizierà a porre le basi per lo sviluppo di malattie che si manifesteranno in età adulta.
Obesità: Nei Paesi Occidentali la prevalenza dell’obesità è del 16% tuttavia questa condizione è spesso diagnosticata in maniera incorretta o tardivamente: a 6 mesi di vita solo 1/6 dei casi sono diagnosticati ed entro i 24 mesi di vita la diagnosi sale a 1/4 dei casi. Ciò dimostra che si perde una importante finestra temporale esattamente nel momento in cui sarebbe possibile prevenire l’ obesità e le sue complicanze . Una relazione diretta lega il peso alla nascita e il BMI da adulto. Infatti, i nati da madri con diabete gestazionale, in utero sono esposti ad elevati livelli di glucosio, che, a differenza dell’insulina, è in grado di attraversare la placenta. Il pancreas di questi feti risponde aumentando la secrezione di insulina che abbassa i livelli di glicemia ma stimola anche la crescita fetale con aumento dell’espressione di geni lipogenici e incremento del diametro degli adipociti. Bambini nati grandi per età gestazionale, infatti, hanno una quantità maggiore di massa grassa rispetto ai nati con un peso appropriato per l’età gestazionale. Inoltre, a livello ipotalamico, sede dei centri cerebrali che regolano l’appetito, viene indotta una sorta di insulino-resistenza con aumento dei livelli e della sensibilità dei mediatori oressigeni e concomitante riduzione dei meccanismi che segnalano la sazietà. La scarsa nutrizione materna e la scarsa disponibilità proteica, determinano cambiamenti permanenti nella vascolarizzazione, struttura e funzione del pancreas che risponde incrementando i livelli di insulina. Infine è anche possibile che si instauri un’alterazione della via ipotalamo-ipofisi-surrene con alterazione dei livelli di cortisolemia. Gli effetti delle variazioni fisiologiche delle concentrazioni di cortisolo non sono ben note. Vi sono delle evidenze secondo cui concentrazioni di cortisolo simili a quelle che si osservano in corso di ipoglicemia, stress o gravi malattie alterano la soppressione della secrezione epatica di glucosio mediata dall’insulina ma anche l’uptake di glucosio mentre invece stritolano la lipolisi. Elevate concentrazioni di cortisolo possono determinare aumento della pressione, alterata tolleranza al glucosio, insulino resistenza ed elevati livelli di trigliceridi. Il meccanismo non è ancora noto ma probabilmente riguarda un cambiamento dello stimolo centrale alla secrezione di CRH (corticotropin releasing hormone), alterata risposta ai glucocorticoidi e alterazione del metabolismo del cortisolo. Anche lo stile di vita materno prima del concepimento influenza la ripartizione tra massa magra e massa grassa del feto. È stato dimostrato che la quantità di massa grassa totale è inversamente proporzionale all’altezza materna, al numero di figli, all’abitudine al fumo di sigaretta, all’attività fisica e infine allo spessore della plica tricipitale. Infatti un incremento ponderale materno superiore a 16kg durante la gravidanza espone il bambino ad un rischio aumentato di oltre quattro volte (RR= 4.35) di sviluppare obesità all’età di tre anni, misurata con il BMI e con lo spessore della plica tricipitale. Tale rischio è ben più elevato se la madre prima del concepimento era sottopeso. Per tale motivo una nuova strategia preventiva dell’obesità infantile potrebbe consistere nell’aiutare le donne a raggiungere un peso ottimale durante la gravidanza, come sottolineato dalle linee guida dell’Istituto di Medicina. Altrettanto importante è la perdita di peso nelle donne che sono obese prima del concepimento. È stato dimostrato che la perdita di peso grazie all’impiego della chirurgia bariatrica riduce di circa il 52% il numero di bambini obesi. Ciò permette di prevenire l’effetto deleterio dell’ipernutrizione, prevenendo la glucotossicità nel feto e nel bambino , inoltre porta al miglioramento del metabolismo di carboidrati e proteine, con aumentata sensibilità all’insulina, miglioramento del profilo lipidico (miglioramento del rapporto colesterolo totale/colesterolo HDL), riduzione dei livelli di PCR (Proteina C Reattiva) suggerendo una netta riduzione dei livelli di infiammazione cronica che di solito si associano ad obesità e insulino resistenza. Tale miglioramento sottolinea che al contrario di quanto ipotizzato in passato, l’obesità non è una patologia con un’esclusiva base genetica, ma anche i meccanismi di modificazione epigenetica hanno un ruolo importante nella determinazione del fenotipo. Anche l’immediato periodo neonatale è di fondamentale importanza. Un incremento ponderale nei primi sei mesi di vita, infatti, espone il bambino al 40% di probabilità in più di avere un BMI elevato, producendo effetti di programmazione aggiuntivi oltre a quelli gestazionali che aumentano in maniera consistente il rischio di obesità nell’infanzia.
L’ipotesi che l’origine delle malattie sia riconducibile all’infanzia, ha portato alla realizzazione di numerosi studi che hanno permesso di giungere alla conclusione secondo cui il periodo della vita fetale, include il processo della proliferazione, differenziazine e maturazione dei tessuti, con conseguenti alterazioni strutturali e funzionali di uno o più organi con conseguenze anche a lungo termine. Numerosi studi epidemiologici hanno suggerito l’esistenza di un forte legame tra un’alterata crescita fetale (basso peso alla nascita) e patologia cardiovascolare e diabete mellito, o uno dei loro precursori: dislipidemia, alterata tolleranza ai carboidrati e disfunzione endoteliale. Il rischio più elevato è stato notato in coloro che nati di basso peso sviluppano in epoche successive obesità. Tali effetti sono stati studiati principalmente in patologie come diabete e patologie cardiovascolari, ma recenti studi sottolineano come anche patologie immunitarie, respiratorie e anche le malattie mentali possano trovare le loro radici durante il periodo dello sviluppo intrauterino. Tuttavia, ciò non deve portare a concludere che il rischio di malattia sia solo e sempre predeterminato. Infatti, è importante sottolineare che esiste un periodo critico in cui il feto mostra una grande plasticità e rende possibili interventi dietetici, farmacologici in grado di convertire funzioni metaboliche anomale e ridurre pertanto il rischio di malattia in età adulta. Ciò è particolarmente importante poiché alcune caratteristiche sono trasmesse in modo intergenerazionale attraverso modificazioni genetiche ed epigenetiche.
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